Mozia


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La Laguna dello Stagnone comprende una superficie di 2.000 ettari racchiusi tra lo sperone roccioso di Punta San Teodoro e Capo Lilibeo. Essa racchiude, a sua volta, un piccolo arcipelago composto dall'Isola Longa (o Grande), dall'Isola Scuola e l'Isola di San Pantaleo (Mozia). La Laguna e' stata trasformata in Riserva Naturale Orientata dal 1984 per proteggere l'ingente e prezioso ecosistema.

Mozia si presenta come un'isola piatta, piuttosto piccola (40ha), coperta da alberi di olivo e vigne, al centro dello Stagnone, zona di mare chiusa dall'Isola Lunga. La fondazione viene pertanto valutata intorno alla metà del VIII sec. Sarebbe nata dunque come stazione commerciale.

Nel 397 a. C, venne espugnata e rasa al suolo da Dionisio I di Siracusa e gli abitanti si rifugiarono sulla terraferma, a Lilybeo (Marsala).

Giuseppe Whitaker, al principio del secolo, acquistò l'isola e vi iniziò gli scavi che si rivelarono assai interessanti per la conoscenza della civiltà fenicia.

Secondo la testimonianza dello storico Diodoro Siculo, Mozia era una città splendida e ricca di palazzi: forse, egli esagerò le dimensioni urbanistiche di Mozia, ingannato dalla sua importanza strategica.

Gli scavi finora condotti hanno infatti riportato alla luce pochi resti dell'abitato: muri di edifici allineati lungo una strada orientata in senso nord-ovest, sud-est e la "casa delle anfore" nel settore centrale. Si ritiene che la città abbia uno sviluppo assiale, con arterie che si incrociavano ad angolo retto, formando un reticolo di vie. Un'arteria principale doveva collegare Porta Nord con Porta Sud. Presso Porta Sud si trovano i ruderi di una costruzione, forse un quartiere militare, mentre nei pressi del museo sono visibili i resti della "Casa dei Mosaici": splendidi mosaici realizzati con piccoli ciottoli bianchi e neri raffigurano scene di caccia fra animali.

Vicino all'approdo si erge la villa dei Whitaker che ospita un museo dell'isola: al suo interno suscita estremo interesse la statua del "giovinetto" di Mozia, alta 1.81 m. e realizzata in marmo bianco proveniente dall'Asia Minore.

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CASA DEI MOSAICI
Il perimetro della cosiddetta "Casa dei Mosaici" non si conosce ancora per intero ed i soli limiti sicuri consistono nel muro esterno orientale, parzialmente visibile, ed in un breve tratto delle fortificazioni dell’isola, cui si addossa lo spigolo sud-est del complesso edilizio.
Per l’andamento del terreno in pendio verso il mare e per le caratteristiche architettoniche si distinguono due differenti parti, poste su altrettanti livelli. La parte a nord e ad est consiste in una grande corte rettangolare con peristilio, circondata da alcuni ambienti di carattere residenziale, la parte sud-occidentale invece in una zona di servizio. Il portico colonnato della corte era pavimentato con un mosaico a ciottoli, prevalentemente neri e bianchi, in parte visibile nell’angolo nord-est. Il mosaico, unico esempio di questo tipo in Sicilia, si sviluppa come un tappeto a pannelli con raffigurazioni di animali reali e fantastici ed è delimitato da un bordo tripartito a fasce recanti il motivo del meandro uncinato, del fior di loto alternato a palmetta e dell’onda. Le figure degli animali sono realizzate con ciottoli bianchi su fondo scuro, eccetto che per il pannello con i due capridi (stambecchi?), parzialmente conservato, in cui gli animali sono resi con ciottoli neri su fondo chiaro. Per questa caratteristica il pannello è quello che più si accosta ai mosaici a ciottoli delle Grecia e delle colonie.
La suddivisione del pavimento in diversi settori fa attribuire il mosaico al III sec. a.C., ma poiché una parte si trova ancora sepolta sotto uno spesso strato antico di malta cementizia nell’ala est del portico, allo stato attuale delle conoscenze non è possibile determinare con assoluta certezza la datazione del mosaico.
La zona di servizio si articola in sei ambienti, forse ricavati in parte in un preesistente edificio; le modeste murature in pietre e materiali di recupero conservano alcuni tratti a telaio.
La destinazione d’uso dei singoli ambienti è ignota, tranne che per quello destinato a magazzino in cui si trovano i resti di tre grandi pithoi (giare) che servivano per la conservazione di derrate alimentari, liquide o solide.

TORRE ORIENTALE CON SCALA
La torre orientale con scala risale all’ultima fase delle fortificazioni di Mozia (fine V sec. a.C.), caratterizzata dalle cortine murarie in scheggioni di roccia con piccole inzeppature e da torri quadrate di 11-12 m. In questo tratto delle fortificazioni la cortina ingloba ad ovest strutture più antiche caratterizzate da un muro di modesto spessore con torri a due vani della prima fase (metà / seconda metà VI sec. a.C.) e da un secondo muro, che si addossa al precedente, della seconda fase (fine VI – inizi V).
La scala, che conduceva al livello del cammino di ronda, è composta da due rampe separate da un pianerottolo che conserva ancora gli incassi per i cardini di una porta, chiusa, forse, da robusti battenti. Il rialzamento dell’ingresso al livello del cammino di ronda rendeva inefficaci o impossibili manovre di assalto con l’impiego dell’ariete, che veniva manovrato a mano o montato su ruote. Questo sistema era in uso a Mozia già nella fase edilizia precedente (prima metà V sec. a.C.) in cui vennero bloccate le numerose postierle (piccole porte per uso militare) che si aprivano nello zoccolo in pietra del muro.

Vicino a Porta Sud, si apre l'insenatura artificiale del cothon, un bacino di forma rettangolare di circa 50 x 40 metri la cui funzione è ancora discussa: è stato a lungo considerato come il porto di Mozia dove le navi entravano con le merci o dove si riparavano dalle tempeste; tale ipotesi è smentita dalle stesse dimensioni del cothon e da quelle della sua imboccatura che è larga solo pochi metri.

Più verosimile è che il cothon fosse un bacino per imbarcazioni di pochi metri che caricavano e scaricavano merci dalle navi fenicie rimaste ormeggiate nel mare dello Stagnone. Dagli scavi effettuati nella parte settentrionale sono venuti alla luce significativi resti di impianti industriali destinati all'attività dei ceramisti, come testimonia la presenza di forni nella cosìddetta area K, o utilizzati per la tintura e la concia delle pelli e dei tessuti. Le mura vennero restaurate e in alcuni tratti parzialmente ricostruite. In esse si aprivano frequenti postierle e casermette per la sorveglianza; interessante la presenza nella porta Nord di tre "dipyla" ossia tre sistemi di porte a doppia imposta, sostenute da uno stesso pilone centrale.

Il dipylon più esterno era probabilmente sormontato da un gruppo scultoreo, conservato presso il museo, che raffigura un toro sbranato da due leoni e che richiama quello della Porta dei Leoni a Micene. Fuori dalla porta Nord si trova, sommersa per fenomeni di bradisismo, una strada lastricata che congiungeva l'isola alla terraferma e che era fino a pochi anni fa una naturale via di comunicazione per l'accesso all'isola dei carri carichi di uva.
Gran parte del materiale archeologico è stato scoperto nelle due necropoli di Mozia: la più antica, VIII-VI secolo a. C., è situata nella zona nord-occidentale; l'altra VI-V secolo, si trova sulla terraferma, lungo il litorale di Birgi. Nella necropoli di Birgi sono venute alla luce numerose tombe a testimonianza del rito dell'inumazione che i moziesi cominciarono a praticare a partire dal VI secolo.

Fra la necropoli antica e Porta Nord si trova un vasto complesso di costruzioni di varie epoche in blocchi squadrati, denominato Cappiddazzu. Nelle rovine si riconoscono i resti di un recinto quadrato e di un edificio a tre navate addossato ad esso; forse il luogo aveva funzione religiosa, data la presenza di piccoli altari in pietra.
Vicino alla necropoli antica si trovano i resti del tophet ,il santuario dove si eseguivano i sacrifici dei primogeniti maschi. Il Tophet, era una struttura scoperta cui avevano accesso solo i sacerdoti; ancora oggi, sopravanzano le stele votive ed i cippi posti a ricordo delle vittime, ma anche pozzetti e resti di una piccola costruzione templare. Dall'ultimo strato dei rinvenimenti cinerari si deduce che ciò si perpetuò a lungo, dal VII al IV secolo avanzato. Dalle raffigurazioni simboliche delle stele votive e da alcune iscrizioni in punico su esse riportate si è desunto che la divinità maggiormente venerata dai moziesi era Baal Hammon, cui il santuario era verosimilmente dedicato.

 

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